Per i cittadini di Firenze, osservare l'evoluzione del progetto per lo stadio Artemio Franchi è diventato un esercizio di smarrimento burocratico. Tra delibere approvate a ridosso delle scadenze e continui cambi di rotta, il restyling del capolavoro di Pier Luigi Nervi ha smesso di essere una semplice questione sportiva. È diventato un caso studio di politica pubblica dove la posta in gioco è l'identità della città per i prossimi sessant'anni, il destino di centinaia di milioni di euro dei contribuenti e la tenuta della trasparenza amministrativa. Siamo di fronte a un "cantiere infinito" che rischia di trasformarsi in una cambiale in bianco firmata a nome delle future generazioni.
Il 13 luglio scorso, una proposta di ACF Fiorentina ha impresso una sterzata improvvisa al dibattito. Non si parla più di una mera partecipazione ai lavori, ma dell'introduzione di un "regime di concessione esclusiva". Si è passati dal coinvolgimento diretto previsto dall’Art. 4, comma 12 del D. Lgs. 38/2021 alle procedure dei commi 1/11 dello stesso decreto.
Questo cambio di rotta, recepito dalla Giunta con la delibera del 24 luglio, punta a un equilibrio economico-finanziario che garantisca al privato non solo il completamento dei lavori, ma la gestione totale di ogni ricavo generabile dall’impianto. Il paradosso è che mentre il Consiglio discuteva ancora della concessione il 13 luglio, la Conferenza di servizi preliminare era già pronta a partire il giorno successivo, rendendo il dibattito democratico poco più che una formalità procedurale.
Il fronte finanziario rivela quello che l'opposizione, con Massimo Sabatini, definisce un "procedere a zig-zag". La Giunta assicura la copertura del fabbisogno residuo con risorse pubbliche per blindare la candidatura a Euro 2032, ma la delibera n. 288 contiene una contraddizione tecnica stridente: nello stesso atto in cui si garantisce la copertura, si incaricano gli uffici di "reperire, programmare e attestare" tali risorse. In breve, si assicura che i soldi ci siano, ordinando contemporaneamente di cercarli.
L'analisi dell'operazione solleva un rischio profondo: il "doppio pagamento". Il Comune investe circa 200 milioni di euro di risorse pubbliche per ricostruire l'asset, ma poi ne cede la gestione e i ricavi a un privato per decenni. Il contribuente finanzia la valorizzazione di un bene per poi vederne i frutti economici privatizzati. È un modello di finanza pubblica che solleva seri dubbi sulla reale convenienza per la collettività.
La qualità architettonica è l'altra grande vittima di questa navigazione a vista. Il progetto sta subendo varianti che sembrano ignorare il valore monumentale di Nervi. Il dettaglio più criticato riguarda l'inserimento di piloni che ostruirebbero la visuale di circa 1.000 posti a sedere: un'inefficienza funzionale imperdonabile per un investimento di tale portata. Sabatini ha sintetizzato le criticità in tre punti fondamentali:
- Costi lievitati: Un aumento costante della spesa pubblica senza un tetto definitivo, aggravato dalle riserve presentate dall'appaltatore ancora non rese pubbliche.
- Varianti continue: Un approccio ondivago che moltiplica i ritardi e incertezza sui tempi di conclusione.
- Perdita di funzionalità: Un restauro che sacrifica l'armonia originaria e la fruibilità per il pubblico in nome di soluzioni tecniche d'emergenza.
"Quei piloni nel mezzo nel 2026 non si possono vedere, e oscurano 1000 posti! Si accumulano costi e ritardi, ma manca ancora una soluzione capace di garantire insieme funzionalità, qualità architettonica e rispetto del valore storico dello stadio" denuncia Massimo Sabatini.
La scadenza del 31 luglio per la documentazione FIGC è diventata, nelle parole dei critici, il "cronometro che giustifica ogni scorciatoia". La fretta burocratica sta scavalcando il confronto in Consiglio Comunale e nei Quartieri. Marco Burgassi difende la legittimità delle delibere come atti necessari per "prepararsi a tutti gli scenari", ma dal punto di vista della trasparenza amministrativa, l'uso dell'urgenza per bypassare il voto separato su atti di indirizzo così pesanti rappresenta un vulnus democratico. La velocità non può essere una giustificazione accettabile quando si decidono le sorti di un bene monumentale.
L'entità economica della concessione è vertiginosa: la programmazione ufficiale del Comune stima un valore dell'affare superiore a 1,5 miliardi di euro. Se ufficialmente si parla di 720 mesi (60 anni), la legge consente di spingersi fino a 90 anni per il diritto di superficie, un'indiscrezione che aleggia pesantemente sul futuro dell'area. La concessione proposta alla Fiorentina include il controllo totale su:
- Biglietteria e hospitality di lusso;
- Sky box e Naming Rights dell'intero impianto;
- Aree commerciali e gestione esclusiva di eventi extra-sportivi e concerti.
Passare da 60 a 90 anni non è un tecnicismo contabile, ma la differenza tra vincolare due o tre generazioni di fiorentini a una gestione privata di un bene nato pubblico.
Il restyling del Franchi si trova sospeso tra il sogno degli Europei e la realtà di un'amministrazione che fatica a rendere pubblici dati essenziali: canoni, cronoprogrammi certi e fonti di finanziamento reali. Firenze ha il diritto di ammodernare il proprio stadio, ma questo non può avvenire a scapito della trasparenza e della sovranità cittadina sui propri monumenti. Lo sport e i suoi spazi sono un diritto pubblico, non una vetrina da consegnare al mercato senza condizioni chiare.