Crollano i bar. È la notizia epocale che emerge dall’indagine “Pubblici esercizi e movida. La demografia d’impresa nei centri storici” realizzata da FIPE-Confcommercio con il Centro Studi Guglielmo Tagliacarne e rielaborata da Confcommercio Toscana.
In dieci anni, dal 2015 al 2025, i capoluoghi toscani hanno visto un’emorragia di locali.
Pisa è la seconda città in Italia per attività perse: -114
Peggio ha fatto solo Trieste. Un dato che pesa come un macigno sul tessuto sociale della città.Ad affondare sono soprattutto i bar, dentro e fuori dai centri storici. A Firenze il calo è del 14,6%: 119 saracinesche abbassate in un decennio. Crollano anche gelaterie e pasticcerie: -10% in tutta la regione.
Ma se i bar chiudono, ristoranti e take away crescono. La Toscana segna +11,5% per la ristorazione con somministrazione, con punte del +29% a Prato, +18% ad Arezzo e +13,3% a Firenze. Nel capoluogo i ristoranti sono 145 in più rispetto a dieci anni fa. Il take away sale dell’11,4%. Unica eccezione positiva: Prato, che cresce dell’8,5% complessivo con 67 attività in più ed entra nella top 20 nazionale.
“Non è solo un cambio di consumi. È una ridefinizione dell’economia urbana”, attacca Aldo Cursano, presidente di Confcommercio Toscana e vicepresidente vicario di FIPE nazionale. “I bar tradizionali muoiono schiacciati da affitti insostenibili, fiscalità locale pesante e margini ridotti. Il caso della tazzina di caffè è emblematico. Il rischio è perdere equilibrio, qualità e presidio sociale. Se salta il bar di quartiere, salta un pezzo di identità delle nostre città”.“Parliamo di una rete da 20mila pubblici esercizi e 74mila occupati, un terzo solo nell’area fiorentina”, aggiunge il direttore generale di Confcommercio Toscana Franco Marinoni. “Firenze fotografa bene la trasformazione: più ristorazione e take away, meno bar. Ma senza governo del territorio si rischia la malamovida”.
Il nodo è proprio questo: la crescita senza regole di attività prive di servizio al tavolo. Spazi piccoli, poco personale, costi bassi. “Modelli legittimi – avverte Cursano – ma se si concentrano senza controllo generano consumo rapido, bevande low cost, rifiuti, rumore. E penalizzano residenti e imprese serie”.
Per Confcommercio Toscana e Fipe la risposta non sono solo ordinanze. “Serve una visione di lungo periodo, come per le locazioni turistiche”, spiega Cursano. “Le amministrazioni devono governare lo sviluppo commerciale: stop a concentrazioni di basso valore aggiunto, sostegno a chi investe in occupazione, decoro e qualità. Difendere i pubblici esercizi significa difendere le città”.
Capitolo dehors: 7 italiani su 10 li promuovono. Creano punti di ritrovo dove prima c’era il nulla. Solo il 30% segnala criticità su marciapiedi e parcheggi. “Nel post-pandemia sono diventati essenziali – chiude Cursano –. La soluzione non è la stretta, ma regole chiare da far rispettare”.