Tricolore: la retorica del vilipendio tra Firenze e Pontida

L'indignazione della Lega: "due pesi e due misure" del patriottismo

Nicola
Nicola Novelli
31 Agosto 2026 23:50
Tricolore: la retorica del vilipendio tra Firenze e Pontida

La santità dei simboli nazionali è, nel teatro della politica italiana, un dogma a geometria variabile. Quando un pezzo di stoffa verde, bianco e rosso viene profanato, la reazione politica non sembra dipendere dalla gravità dell'atto in sé, quanto piuttosto dall'identità di chi lo compie. L'episodio recentemente avvenuto nei pressi della stazione di Santa Maria Novella a Firenze ha riacceso i riflettori su una retorica del patriottismo che oscilla tra il rigore estremo e l'amnesia, svelando una gestione strumentale dell'identità nazionale.

A Firenze, un uomo è stato ripreso mentre, con una violenza plateale, strappava una bandiera italiana per poi gettarla a terra, calpestarla e sputarvi sopra. Le immagini, rimbalzate sui social, hanno immediatamente innescato un coro di condanne da parte dei partiti di governo. Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia hanno reagito all'unisono, elevando il Tricolore a simbolo inviolabile della storia e dell'unità repubblicana, chiedendo pene che travalicano la semplice sanzione amministrativa per sfociare nella privazione dei diritti civili. Per la maggioranza, non si è trattato solo di un reato di vilipendio, ma di un'offesa intollerabile alla dignità del Paese.

La risposta dei rappresentanti della coalizione è stata improntata a una durezza senza precedenti, delineando un perimetro di cittadinanza basato sul rispetto estetico e formale dei simboli:

  • Guglielmo Mossuto (Lega): Ha liquidato l'episodio come un "gesto gravissimo e intollerabile". Il capogruppo leghista a Firenze ha invocato l'espulsione immediata in caso di irregolarità e, con una mossa politica audace, ha proposto la revoca della cittadinanza per chiunque dimostri tale disprezzo, auspicando modifiche legislative per rendere questa misura una prassi.
  • Susanna Campione (FdI): La senatrice ha espresso "profonda indignazione", ribadendo che la bandiera è il cuore dell'identità nazionale e che, di fronte a un simile oltraggio, non possono essere ammesse "né ambiguità né tolleranza".
  • Stella e Ferri (FI): I consiglieri regionali hanno chiesto una "pena esemplare", definendo l'autore del gesto come "indegno" di abitare in Italia.

    Hanno inoltre sottolineato come tali comportamenti arrechino un danno d'immagine proprio agli immigrati che si sono integrati con gratitudine, distinguendo nettamente tra lo straniero "meritevole" e il soggetto "indegno" da espellere o a cui revocare il permesso di soggiorno.

Approfondimenti

Tuttavia, questa intransigenza istituzionale pare soffrire di una singolare "memoria selettiva". Se a Firenze il vilipendio è un atto da sanzionare con l'allontanamento dal suolo nazionale, a Pontida la prospettiva muta radicalmente. Il 22 marzo 2026, durante i funerali pubblici di Umberto Bossi, una parte della base militante leghista ha intonato il coro "Bruciamo il tricolore".

Nonostante la presenza di autorevoli esponenti del Governo alla cerimonia, non si è levata alcuna richiesta di espulsione politica o di "pene esemplari". Mentre le opposizioni insorgevano per quello che appariva come un oltraggio palese, il fronte governativo è rimasto arroccato in un silenzio istituzionale imbarazzante. Si è preferito ignorare che il fondatore stesso del movimento, Umberto Bossi, avesse collezionato condanne definitive proprio per il reato di vilipendio alla bandiera (Art. 292 del Codice Penale). In quel contesto, il disprezzo per il Tricolore è stato derubricato a folklore o continuità storica, sottraendolo alla scure della legalità tanto invocata a Firenze.

L'analisi di questi fatti evidenzia una contraddizione politica. Il Tricolore viene brandito come uno scudo sacro quando l'autore dell'offesa è "l'altro", lo straniero, l'estraneo al corpo sociale, diventando il pretesto per invocare misure di polizia e revoche di diritti. Al contrario, quando il vilipendio — espresso attraverso cori che inneggiano al rogo della bandiera — proviene dalle fila della propria militanza e avviene sotto gli occhi dei ministri, il simbolo nazionale smette improvvisamente di essere sacro per tornare a essere un accessorio politico.

Guglielmo Mossuto sostiene che "essere cittadini italiani significa rispettare la Repubblica e i suoi simboli". Se accettiamo questa premessa, dobbiamo chiederci: per quale ragione i militanti di Pontida, o i membri del Governo che hanno assistito ai loro cori senza battere ciglio, dovrebbero godere di una tolleranza negata al soggetto di Firenze? Se il disprezzo per la bandiera rende "indegni" di abitare l'Italia, allora la legge dovrebbe essere uguale per tutti, indipendentemente dalla tessera di partito o dal passaporto. In caso contrario, il patriottismo non è un valore, ma un'arma di distrazione di massa.

Notizie correlate
In evidenza