A Firenze pulsa un’anima: quella di un centro per la diplomazia dei diritti e la legalità internazionale. Tra la fine di maggio e l’inizio di giugno 2026, il capoluogo si trasforma in un laboratorio politico. Due sono i pilastri di questa mobilitazione: da un lato, un progetto decennale di cooperazione tra avvocati che mira a costruire lo Stato di diritto "dal basso"; dall'altro, una pressione istituzionale per la liberazione di Marwan Barghouti, l’uomo che molti definiscono il "Mandela palestinese".
Il 3 giugno 2026, alle ore 12:00, presso il Palazzo di Giustizia di Firenze, non si discuterà solo di codici e procedure locali. L’Ordine degli Avvocati di Firenze ospiterà una delegazione della Palestinian Bar Association per presentare il rinnovo di una collaborazione nata nel 2013. Non è un semplice protocollo d'intesa, ma un tassello di una strategia geopolitica più ampia: la missione EUPOL COPPS, lo strumento dell'Unione Europea deputato al consolidamento dello Stato di diritto nei Territori Palestinesi.
Ma perché Firenze? Perché costruire un'avvocatura indipendente è il primo passo per costruire uno Stato. In un territorio sotto occupazione, l'accesso alla giustizia e la formazione dei legali non sono solo questioni tecniche, ma atti di resistenza istituzionale. L’obiettivo è il trasferimento di modelli organizzativi e di governance che permettano ai colleghi palestinesi di operare in autonomia.
“La visita della delegazione palestinese a Firenze rappresenta un momento di dialogo concreto tra due istituzioni forensi accomunate dall'impegno verso la tutela dei diritti, l'indipendenza dell'avvocatura e il rispetto delle garanzie processuali. L’Ordine fiorentino condivide con i colleghi palestinesi la convinzione che una professione legale organizzata, autonoma e deontologicamente radicata sia fondamento irrinunciabile di ogni democrazia.” spiega Sergio Paparo, Presidente dell’Ordine degli Avvocati di Firenze
L'incontro, che vedrà protagonista anche il presidente della PBA Fadi Abbas, segna un punto fermo: Firenze agisce come ponte per gli standard istituzionali europei, portandoli direttamente nel cuore della crisi mediorientale.
Mentre nelle aule di giustizia si parla di riforme, al Nelson Mandela Forum la questione si fa profondamente umana e politica. Sabato 30 maggio è il giorno dedicato a Marwan Barghouti. Rapito 24 anni fa dalle forze di difesa israeliane (IDF) in territorio palestinese, Barghouti è oggi il simbolo di una condizione collettiva: secondo i dati dell'ONG B’tselem, sono ben 10.914 i prigionieri palestinesi attualmente detenuti in Israele.
Il parallelismo con Nelson Mandela non è un'iperbole retorica, ma una staffetta storica. Nel 2013 fu Ahmed Kathrada, lo storico compagno di prigionia di Mandela a Robben Island, a lanciare l'appello per Barghouti proprio dalla cella del leader sudafricano. Quell'appello fu firmato da otto premi Nobel per la pace, tra cui l'arcivescovo Desmond Tutu.
A Firenze, a testimoniare questa eredità, ci sarà il figlio di Marwan, Arab Barghouti, che verrà intervistato dalla giornalista Sara Lucaroni. Insieme a loro Luisa Morgantini, volto storico della mobilitazione, per ribadire che senza la liberazione dei prigionieri politici non può esserci alcun processo di pace reale.
“Uno degli indicatori più importanti della disponibilità a fare la pace con il proprio avversario è la liberazione di tutti i prigionieri politici. La storia di Nelson Mandela e della fine dell’apartheid, a cui tanto contribuirono le pressioni internazionali, ci dicono che sarà anche il nostro impegno a renderla possibile.” dicahira Massimo Gramigni, Presidente dell’Associazione Nelson Mandela Forum
L'aspetto più dirompente di questa mobilitazione è la sua capillarità. Non è una protesta di nicchia, ma una scelta corale di oltre 30 comuni toscani. Da Empoli a Scandicci, da Sesto Fiorentino a Bagno a Ripoli, si è formata una vera e propria "Rete degli Enti Locali per i diritti del popolo palestinese".
Questa rete ha un peso politico specifico: sei sindaci conferiranno la cittadinanza onoraria a Barghouti, mentre Lorenzo Falchi (AVS) ha già annunciato una mozione per portare la Regione Toscana a unirsi formalmente all'appello contro l'occupazione e il trattamento dei prigionieri, definito "al di fuori di ogni cornice di legalità internazionale".
C'è un dettaglio semantico che spiega bene il clima di questa mobilitazione: nel comunicato della Rete, i difensori dei diritti non vengono chiamati "compagni", ma "fratelli". Questo slittamento linguistico segna il passaggio da una vecchia solidarietà ideologica del Novecento a un impegno morale universale. Si parla alla "famiglia umana", trasformando la politica locale in un dovere etico che non accetta più di ignorare quello che viene definito come un "genocidio in corso".
La giornata del 30 maggio si chiude con un gesto di convivialità trasformativa. Al termine degli interventi (ore 12:30), il Mandela Forum ospiterà un pranzo popolare di raccolta fondi.
Partecipare con un'offerta minima di 20 euro non è solo un modo per sostenere la Campagna Internazionale per la liberazione di Barghouti. È un atto politico che coinvolge la cittadinanza attiva: in un momento in cui la diplomazia ufficiale sembra paralizzata, la mobilitazione dal basso cerca di colmare il vuoto, trasformando una sala da concerti in un centro di resistenza civile e supporto concreto.
Firenze, con il suo Ordine degli Avvocati, i suoi sindaci e i suoi cittadini al Mandela Forum, ha scelto di non essere una spettatrice passiva.