Mentre i cittadini, le famiglie e le imprese affrontano quotidianamente l'aumento dei costi della vita, con la benzina e il gasolio che superano costantemente i due euro al litro, l'agenda politica nazionale riaccende i riflettori sui temi dell'immigrazione e della sicurezza. In seguito al bilancio dell'operazione in Albania — costata finora oltre 100 milioni di euro — l'annuncio del ministro dell'Interno Piantedosi di voler realizzare sei nuovi Centri di Permanenza per i Rimpatri, di cui uno destinato alla Toscana, ha innescato uno scontro politico.
L'eventuale apertura di una struttura di questo tipo in territorio toscano solleva un interrogativo fondamentale per la gestione della sicurezza urbana: i CPR rappresentano davvero uno strumento indispensabile per rendere effettive le espulsioni o rischiano di rivelarsi un acceleratore di degrado e problematiche locali?
I dati reali sull'efficacia dei Centri di Permanenza per i Rimpatri mettono in discussione gli slogan della propaganda governativa. Secondo l'analisi del deputato e segretario reggente del Partito Democratico di Prato, Christian Di Sanzo, le statistiche relative al 2025 indicano una resa estremamente ridotta: solo un trattenuto su quattro (il 25%) viene effettivamente rimpatriato. Il meccanismo dei CPR evidenzia un paradosso strutturale:
- Laddove la cooperazione con i Paesi di origine funziona, i rimpatri avvengono in modo diretto e rapido, senza la necessità di far passare le persone da un CPR.
- Quando la collaborazione internazionale manca, la detenzione amministrativa — che può prolungarsi fino a 18 mesi— si rivela del tutto inefficace ai fini dell'espulsione.
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Di Sanzo definisce i CPR come luoghi disumani, veri e propri "buchi neri" dove i diritti fondamentali restano fuori dalla porta. All'interno di queste strutture non si sconta una pena penale, ma si subisce una misura amministrativa prolungata, spesso senza sapere quando e come si uscirà.
La conseguenza diretta ricade inevitabilmente sui territori: le persone trattenute che vengono rilasciate al termine del periodo massimo senza essere state espulse si ritrovano prive di documenti, ancora più fragili e prive di qualsiasi rete di supporto, con il rischio concreto di generare ulteriori problemi di sicurezza e marginalità nelle città.
Sul fronte opposto, il centrodestra risponde denunciando quello che considera un boicottaggio sistematico delle procedure di espulsione. Il caso giudiziario e politico è esploso all'interno del carcere La Dogaia di Prato, dove è stato rinvenuto e sequestrato, presso gli uffici del medico di guardia dell'infermeria, un presunto "vademecum" manoscritto.
Secondo Chiara La Porta, capogruppo di Fratelli d'Italia nel Consiglio regionale della Toscana, e l'eurodeputato di FdI-ECR Francesco Torselli, il documento conterrebbe indicazioni dettagliate rivolte ai medici sulle modalità per certificare condizioni di salute tali da impedire l'idoneità dei detenuti stranieri al trasferimento nei CPR:
- Come sottolineato da La Porta, non si tratterebbe di singole e autonome valutazioni cliniche, ma di un presunto sistema organizzato per ostacolare l'applicazione delle leggi dello Stato, analogo a quello su cui indaga la Procura di Ravenna.
La stessa La Porta ha ricordato come i consiglieri regionali di FdI Diego Petrucci, Matteo Zoppini e Jacopo Cellai avessero già sollevato a Firenze il tema delle troppe certificazioni di non idoneità che impedivano il trasferimento nei centri persino di "delinquenti conclamati".
- Oltre all'interrogazione presentata da FdI nel Consiglio regionale toscano, il deputato Francesco Michelotti ha depositato il 5 ottobre un'interrogazione parlamentare alla Camera dei Deputati rivolta ai Ministri dell'Interno e della Salute per fare piena luce sulla vicenda.
Contemporaneamente, a Prato Fratelli d'Italia ha presentato un ordine del giorno per sollecitare l'avvio delle procedure necessarie alla realizzazione della struttura in Toscana.
La vicenda mette a nudo il confine sottile ed estremamente delicato tra la doverosa tutela della salute del paziente — che deve basarsi esclusivamente su riscontri clinici oggettivi — e il presunto utilizzo strumentale della certificazione medica nello scontro ideologico sui rimpatri.
Nel dibattito interviene con decisione anche Forza Italia. Il capogruppo in Consiglio regionale, Marco Stella, accusa l'opposizione di centrosinistra (PD, M5S e Avs) di aperta contraddizione: ammettere a parole la necessità di espellere gli stranieri irregolari che compiono reati, ma rifiutare nei fatti le strutture indispensabili per eseguire i provvedimenti.
Forza Italia ha avanzato una proposta di localizzazione molto precisa per il CPR toscano: Sesto Fiorentino. Le motivazioni logistiche e strategiche evidenziate da Stella a supporto di questa scelta riguardano:
- La disponibilità di ampie aree isolate e periferiche, al contempo centrali nella geografia della regione.
- I collegamenti diretti e rapidi con la rete autostradale, l'aeroporto e la stazione ferroviaria.
- La vicinanza immediata alle grandi sedi operative della polizia e delle forze dell'ordine.
A sostegno dell'urgenza di realizzare la struttura, Marco Stella richiama i dati sulla criminalità, evidenziando che Firenze figura come la seconda città d'Italia per numero di reati denunciati in rapporto alla popolazione (6.507 reati ogni 100.000 abitanti, preceduta soltanto da Milano). Stella accusa direttamente il Presidente della Regione Eugenio Giani di opporsi al CPR unicamente per assecondare le spinte interne alla sua maggioranza di "Campo Largo", sacrificando la sicurezza urbana.
Ad avvalorare la posizione del centrodestra interviene anche Francesco Torselli, che pone l'accento sul grave carico operativo delle forze dell'ordine: l'assenza di un CPR sul territorio toscano costringe infatti gli agenti a continui e prolungati accompagnamenti fuori regione, sottraendo pattuglie ed energie al controllo del territorio e alla tutela dei cittadini.
La ferma contrarietà della Regione Toscana alla realizzazione della struttura si fonda su argomentazioni di natura costituzionale, etica e istituzionale. Dal punto di vista giuridico, le critiche richiamano i precisi rilievi della Corte Costituzionale, la quale ha riconosciuto come le norme che disciplinano i CPR non definiscano con precisione i diritti fondamentali dei trattenuti, sottoposti a una misura di detenzione amministrativa fino a 18 mesi pur senza dover scontare una condanna penale.
L'opposizione dell'amministrazione regionale si inserisce in un clima di forte contrapposizione politica, già alimentato dalle decisioni del governo centrale sulla gestione dei flussi migratori:
- Il precedente dei porti di sbarco: L'assegnazione delle infrastrutture di Livorno e Marina di Carrara alle navi di soccorso — porti situati a centinaia di miglia di distanza dai luoghi di salvataggio in mare — viene citata dal centrosinistra come una scelta intesa ad allungare di giorni la navigazione e le sofferenze dei migranti.
- Il vincolo di legge con gli enti locali: Come ricordato da Di Sanzo, la normativa impone al Ministro dell'Interno l'obbligo di consultare il Presidente della Regione. Il Presidente Eugenio Giani ha ribadito un netto rifiuto, sostenendo che forzare la mano contro i territori e le istituzioni locali non produce sicurezza, ma solo scontro istituzionale.
Per la Regione Toscana e il PD, la sicurezza reale si costruisce attraverso il potenziamento degli organici delle forze dell'ordine sul territorio, la promozione di un sistema d'accoglienza funzionale e la stipula di accordi internazionali di rimpatrio seri e strutturati con i Paesi d'origine.
La controversia sull'eventuale apertura di un CPR in Toscana evidenzia uno stallo politico: da un lato la richiesta del governo centrale e del centrodestra di disporre di strumenti operativi per l'esecuzione coattiva delle espulsioni e l'alleggerimento dei trasferimenti per le forze dell'ordine; dall'altro la netta opposizione delle istituzioni locali di centrosinistra, che contestano l'efficacia reale, la sostenibilità e il rispetto dei diritti umani all'interno di tali strutture.