Oltre la retorica del 4 novembre

​Tra il lutto per la Bosnia e le celebrazioni istituzionali

Redazione Nove da Firenze
Redazione Nove da Firenze
04 novembre 2026 14:42
SORVOLO FRECCE TRICOLORI - FIRENZE 4 NOVEMBRE 2026

Le celebrazioni del 4 novembre 2026, Giornata dell'Unità Nazionale e delle Forze Armate, si sono svolte in un clima che ha superato di gran lunga la consueta e formale ritualità istituzionale. La ricorrenza di quest'anno, inserita nella cornice solenne dell'80° anniversario della Repubblica Italiana, ha messo in luce una profonda frattura emotiva e culturale: da un lato, l'omaggio accorato e doloroso al sacrificio dei militari impegnati nelle missioni internazionali; dall'altro, un acceso e spigoloso dibattito politico e pedagogico sul ruolo dell'istituzione militare all'interno del sistema scolastico nazionale.

Il panorama delle commemorazioni ha visto una presenza sinergica tra vertici dello Stato ed enti territoriali. A Firenze, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e il Ministro della Difesa Guido Crosetto, affiancati dal Presidente della Regione Toscana Eugenio Giani, hanno presenziato alla cerimonia interforze al Piazzale Michelangelo, contrassegnata dall'aviolancio di un paracadutista della Brigata Folgore e dai sorvoli della Pattuglia Acrobatica Nazionale. Contemporaneamente, il territorio ha espresso la propria partecipazione attraverso rituali diffusi: a Prato, la manifestazione guidata dal Prefetto Michela La Iacona e dal Comandante Provinciale dei Carabinieri Col.

Gianfranco Albanese ha visto lo schieramento di un picchetto interforze — dal 183° Reggimento Paracadutisti "Nembo" all'Accademia Navale di Livorno, fino all'Istituto di Scienze Militari Aeronautiche di Firenze — accompagnato dalle note della Filarmonica Puccini e dalla presenza di numerose classi scolastiche poste idealmente quali custodi della memoria civica. Analogo spirito ha animato i centri dell'Empolese-Valdelsa, con i sindaci Alessio Mantellassi ad Empoli e Alessio Mugnaini a Montespertoli impegnati a ricucire il filo del ricordo comunitario.

Al di là dell'imponente cornice cerimoniale, l'edizione del 2026 solleva quesiti radicali che travalicano la semplice ricorrenza di calendario. La domanda guida che emerge con forza dalle piazze commemorative e dai corridoi parlamentari interpella direttamente la coscienza democratica del Paese: Che cosa significa oggi "difendere la libertà" e come dobbiamo trasmettere questa memoria alle nuove generazioni?

A condizionare profondamente l'atmosfera del 4 Novembre 2026 è stata la memoria fresca e dolorosa di un dramma che ha colpito le Forze Armate a pochissimi giorni di distanza dalle celebrazioni. Il 29 ottobre 2026, nei pressi della località di Gorice (vicino a Brčko, in Bosnia-Erzegovina), un elicottero da trasporto CH-47 dell'Esercito Italiano si è precipitato durante un volo di addestramento nell'ambito della missione internazionale EUFOR Althea. Il tragico bilancio di 4 vittime e 11 feriti ha trovato il proprio momento di cordoglio solenne nei funerali di Stato celebrati il 3 novembre presso la Basilica di Santa Maria degli Angeli e dei Martiri a Roma.

L'incidente ha spezzato la vita a quattro servitori dello Stato appartenenti a differenti corpi e specialità:

  • Laura Procacci, 32 anni, di Andria, Sergente del Corpo Militare Volontario della Croce Rossa Italiana, prossima alla laurea in Medicina;
  • Simone Ruggia, 36 anni, di Salerno, Sergente Maggiore dell'Aviazione dell'Esercito, sposatosi soltanto nel maggio precedente;
  • Claudio Marchesi, 35 anni, di Orvieto, Sergente Maggiore dell'Aviazione dell'Esercito e specializzato quale manutentore di aeromobili militari;
  • Franco Adriano Zecchillo, 65 anni, di Milano, Capitano del Corpo Militare Volontario della Croce Rossa Italiana e infermiere professionista.

Il dolore per questa perdita ha riempito di contenuto i discorsi ufficiali, mettendo a nudo la distanza tra la rappresentazione edulcorata delle "missioni di pace" e la cruda realtà operativa affrontata quotidianamente dai militari lontani dai riflettori.

«Ci troviamo in un parco voluto per ricordare i caduti della Prima Guerra Mondiale. Oggi questo luogo è tornato bello e dignitoso, ma la 'rimembranza' dei militari caduti vale ancora oggi quando l'Esercito è in viaggio nelle cosiddette missioni di pace... E ne commemoriamo alcuni, alla lapide di questo parco dedicata agli aviatori, che purtroppo hanno perso la vita in un tragico incidente in elicottero, lontano dai propri cari, nel pieno della loro vita e della loro attività, in un territorio delicatissimo come quello della Bosnia-Erzegovina. Dobbiamo essere orgogliosi per tutto ciò che compiono ogni giorno e non deve esserci divisione politica.» — Alessio Mantellassi, Sindaco di Empoli

Questo ennesimo tributo di sangue in terra balcanica ha riaffermato una realtà ineludibile: il confine tra attività addestrativa, deterrenza e rischio mortale resta estremamente sottile, imponendo una riflessione scevra da retorica sul prezzo umano richiesto dagli impegni internazionali della Difesa.

Il legame inscindibile tra territorio, natura e conservazione della memoria storica trova la sua massima espressione urbanistica nei "Parchi della Rimembranza". La nascita di questi spazi risale alla fine del 1922, quando una circolare del Ministero della Pubblica Istruzione diede il via all'istituzione di luoghi alberati dedicati al ricordo dei caduti della Grande Guerra, successivamente elevati a monumenti pubblici e tutelati quali beni storici e paesaggistici dalla legge n. 559 del 1926.

Come ricostruito dallo storico e archivista Paolo Santini durante la cerimonia tenutasi a Empoli — il cui parco fu inaugurato il 10 giugno 1923 per onorare inizialmente 69 caduti del capoluogo e delle frazioni vicine —, la città pagò un prezzo altissimo al primo conflitto mondiale, con oltre 300 vittime (297 censite nell'Albo d'Oro ufficiale, 336 conteggiando i decessi per cause indirette di guerra). L'impianto originario dei parchi prevedeva che a ogni giovane caduto venisse associato un albero affiancato da una targhetta nominativa, trasformando la flora urbana in un monumento vivo e biologico.

La dimensione della memoria storica non è rimasta confinata ad Empoli, ma ha attraversato l'intero territorio toscano. A Montespertoli, le commemorazioni guidate dal sindaco Alessio Mugnaini hanno visto un articolato itinerario della memoria: dalla deposizione delle corone d'alloro al cippo di Lucignano e al Monumento ai Caduti nel cimitero del capoluogo, fino alla messa nella Chiesa di Sant'Andrea e al corteo cittadino accompagnato dalla Nuova Filarmonica Amedeo Bassi verso Piazza del Popolo.

In questa trama di ricordi, si inserisce l'appello del sindaco Mantellassi a superare le steccate ideologiche nel giudizio sui servitori dello Stato. Richiamando la necessità di rispettare anche la memoria delle vittime della strage di Nassiriya, il primo cittadino di Empoli ha ricordato la recente intitolazione di un parco a Santa Maria ad Emanuela Loi, prima donna della Polizia di Stato caduta in servizio nella strage di via D'Amelio. I Parchi della Rimembranza continuano così ad agire come cerniere pedagogiche, connettendo la memoria tragica delle trincee del Novecento alle sfide contemporanee della sicurezza e del servizio civile.

In netta controtendenza rispetto al clima di unità istituzionale delle cerimonie ufficiali, il 4 Novembre 2026 è stato contrassegnato dall'esplosione di una durissima polemica politica avente ad oggetto la presenza dell'Esercito nelle aule scolastiche.

A riaccendere lo scontro è stata l'interrogazione parlamentare depositata dalla deputata del Movimento 5 Stelle Stefania Ascari, sottoscritta dai Network Giovani M5S di Emilia-Romagna e Toscana. Al centro della contestazione vi è il denso programma di conferenze orientative promosso dal Comando Militare Esercito negli istituti scolastici delle due regioni.

I dati ufficiali e la tempistica del fenomeno rivelano un'ampia capillarità:

  • Nell'anno scolastico precedente, tali progetti hanno coinvolto 2.899 studenti in Emilia-Romagna e 3.169 studenti in Toscana, con previsioni di ulteriore ampliamento per l'anno in corso.
  • Le circolari degli Uffici Scolastici Regionali — emanate il 16 settembre 2026 in Toscana e il 23 settembre 2026 in Emilia-Romagna — strutturano gli interventi su più livelli: presentazione delle Scuole Militari di Milano e Napoli agli studenti di appena 14 e 15 anni (biennio delle superiori); illustrazione delle carriere presso l'Accademia Militare e la Scuola Sottufficiali per le classi del triennio; moduli informativi previsti persino per le quinte classi della scuola primaria e le terze della scuola secondaria di primo grado.

La richiesta avanzata ai Ministri dell'Istruzione e della Difesa è quella di verificare i contenuti di tali convenzioni e di sospendere le iniziative che possano configurarsi come una forma veiled di reclutamento verso i minorenni.

«La scuola deve insegnare ai nostri ragazzi a costruire la pace, non ad abituarsi alla guerra. È inaccettabile che studenti di appena 14 e 15 anni siano destinatari di iniziative di orientamento verso le carriere militari, mentre i percorsi di educazione alla pace, alla nonviolenza e alla cooperazione internazionale continuano a non ricevere l'attenzione e le risorse che meriterebbero». — Stefania Ascari, Deputata M5S

La vertenza politica evidenzia una frattura inconciliabile: se per gli organi della Difesa e gli uffici scolastici si tratta di legittima informazione sulle istituzioni repubblicane, per i critici la scuola rischia di trasformarsi in un canale privilegiato di promozione della cultura delle armi e normalizzazione del riarmo.

L'opposizione all'ingresso delle Forze Armate nelle scuole non si limita a una critica politica, ma si struttura su precisi argomenti scientifici, pedagogici e costituzionali.

Nell'atto di sindacato ispettivo presentato dalla deputata Ascari si fa esplicito riferimento alla Social Learning Theory di Albert Bandura. Secondo la nota teoria dell'apprendimento sociale, gli adolescenti apprendono prevalentemente per modellamento, assimilando comportamenti ed esperienze attraverso l'osservazione e l'imitazione di figure autorevoli. I ragazzi di 14-15 anni — argomentano i promotori dell'interrogazione — non possiedono ancora le sovrastrutture critiche necessarie per decodificare il potere persuasivo esercitato dal fascino simbolico della divisa, del prestigio istituzionale e della disciplina militare.

A questo presupposto psicologico viene affiancata la lezione pedagogica di Don Milani, secondo cui la missione fondamentale dell'insegnamento è l'emancipazione dell'individuo, lo sviluppo del pensiero critico e la decostruzione delle narrazioni dominanti. In quest'ottica, l'applicazione dell'Articolo 11 della Costituzione Italiana dovrebbe imporre alle scuole di farsi presidi esclusivi di "pace positiva", promuovendo la mediazione nonviolenta dei conflitti, il disarmo e la tutela dei diritti umani.

Questa visione si scontra frontalmente con il quadro strategico tratteggiato dal Ministro della Difesa Guido Crosetto nel suo messaggio ufficiale per il 4 Novembre. Crosetto ha ribadito con fermezza la linea istituzionale: «senza Difesa non c'è sicurezza e senza sicurezza non c me libertà». Il Ministro ha evidenziato come la protezione della sovranità e delle infrastrutture critiche richieda oggi Strumenti Militari "credibili, moderni e pronti", capaci di operare non solo nei domini tradizionali, ma anche nei nuovi spazi di scontro geometrico e tecnologico: lo spazio extra-atmosferico, il dominio cibernetico e la dimensione subacquea.

Si consuma qui un corto circuito culturale ed educativo: da una parte l'esigenza geopolitica dello Stato di garantire la propria sicurezza attraverso tecnologie avanzate e un costante reclutamento; dall'altra la rivendicazione del mondo educativo di proteggere lo spazio scolastico da ogni forma di condizionamento verso le professioni belliche.

Il 4 Novembre 2026 ha riconsegnato all'opinione pubblica l'immagine di un Paese profondamente diviso sull'uso dei propri simboli e sulla direzione da imprimere alla formazione dei futuri cittadini. Se il cordoglio per i quattro militari caduti in Bosnia-Erzegovina e l'omaggio ai morti della Grande Guerra uniscono le istituzioni nel riconoscimento del valore del servizio e del sacrificio supremo, le modalità con cui tale retaggio deve formare le nuove generazioni rimangono oggetto di fiera contesa.

La tensione tra l'imperativo sistemico dello Stato di mantenere Forze Armate efficienti e pronte alle minacce dei nuovi domini strategici e l'istanza pedagogica di preservare la scuola quale laboratorio neutrale di pace e pensiero critico non appare facilmente ricomponibile.

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