di Fabio Barni
Venerdì sera l’amministrazione Trump ha spento un interruttore e ne ha acceso un altro, quello dell’allarme. Un allarme che dovrebbe far accendere una lampadina in Europa, sempre che qualcuno – da Roma a Bruxelles, dalla Londra che non sa più che pesci pigliare a Tallin – decida di svegliarsi. Erano le 5:21 p.m. a Washington. L’ora in cui da noi si stava già digerendo la cena. E lì, in un ufficio senza finestre sulla strada, qualcuno decideva che mezzo mondo non poteva più mettere le mani su una macchina che fino a un minuto prima veniva venduta come un regalo per l’umanità.
Stiamo parlando di intelligenza artificiale, ovviamente. Il modello più avanzato è stato spento. Spento per gli altri, per i non americani, per noi europei – gli stessi che neanche cinque o sei anni fa decisero, più o meno tutti d’accordo, di affidare scuola, ricerca, tempo libero, università, e insieme a tutto questo i nostri dati, ai server dall’altra parte dell’oceano. Certo, c’era la paura del covid, e pure fondata. Ma della sicurezza, a volte, si muore. Così la storia si è complicata, fino a quel che è successo poche ore fa.
Il modello Fable 5, insieme al fratello maggiore Mythos 5, era stato presentato appena tre giorni prima come la cosa più intelligente mai uscita da Anthropic, l’azienda di AI che fa concorrenza a tutte le altre. Quella che si è messa di traverso persino al Pentagono, ed è stata l’unica a essere invitata alla presentazione dell’enciclica (sull’AI) del primo papa americano. Grandi parole, grandi promesse, il solito lessico della Silicon Valley: la frontiera, il futuro, il bene di tutti. Poi però arriva una lettera del governo americano. Poche righe, zero dettagli. E l’azienda spegne tutto. Per tutti. Ovunque.
Trump e i suoi – o i suoi accoliti e Trump, perché diciamocelo, lui è più una conseguenza di quel che succede da vent’anni che un artefice – hanno scritto che lo facevano per “sicurezza nazionale”. E con questo hanno acceso, se mai ce ne fosse bisogno, quell’altro interruttore: quello che dovrebbe mettere tutti sull’attenti, sul serio, non nei giochini di guerra comandati da altri, qui in Europa. L’AI non è neutra. Il suo possesso, il suo dominio è roba che ha a che fare con l’egemonia americana nel mondo. “Minaccia alla sicurezza nazionale” è una formula che conosciamo bene. È la coperta sotto cui, da sempre, si nasconde quel che non si vuole spiegare. Quando il potere non vuole rispondere, dice che la risposta è segreta. E quando dice che è segreta, vuol dire che la domanda era buona.
Il motivo ufficiale è curioso. Pare che qualcuno avesse trovato il modo di far dire alla macchina cose che non doveva dire. Un trucco. Gli informatici lo chiamano jailbreak, evasione dai controlli e dai lacci – che a volte sono utili, a volte no, spesso servono a omologare i comportamenti e a orientare i consumi, ma sempre travestiti da sicurezza per l’utente.
Anthropic, che ha costruito la macchina, ha fatto notare con garbo che lo stesso trucco funziona anche con i modelli dei concorrenti. Compreso quello di OpenAI, che è ancora lì, acceso, a disposizione di chiunque. Spengono uno e lasciano l’altro. Mah. Mi chiedo chi decide. E con che metro. E perché a noi, che pure ci rimettiamo, nessuno spiega niente.
C’è un dettaglio che racconta tutto meglio di mille comunicati. L’ordine vieta l’accesso a ogni “cittadino straniero”. Non solo all’estero: anche dentro l’America. Anche ai dipendenti di Anthropic che non hanno il passaporto giusto. Significa che un ingegnere venuto da Bangalore o da Bologna, che magari ha passato i fine settimana a costruire quella macchina, da venerdì sera non può più aprirla. L’ha fatta lui, ma non è cosa sua. Ecco. Tenetevelo a mente, questo tizio chiuso fuori dalla porta del suo lavoro. È la fotografia esatta del mondo in cui siamo finiti.
Avevano anche provato, qualche giorno prima, a fare i furbi in un altro modo. La macchina era stata costruita in modo che, quando si accorgeva che qualcuno la usava per costruire un’altra intelligenza artificiale, di nascosto si faceva più stupida. Senza dirlo. Una bugia silenziosa, scritta nel codice. Quando se ne sono accorti, è scoppiato il finimondo, e l’azienda ha fatto marcia indietro chiedendo scusa: avevamo sbagliato il bilanciamento, hanno detto. Già. Il bilanciamento.
C’è un signore, in America, uno di quelli che studiano queste cose, che ha riassunto la faccenda con una frase che vale un trattato: se descrivi il tuo prodotto come un’arma in ogni comunicato stampa, prima o poi un governo ti prende in parola. Per anni hanno raccontato che le loro macchine erano così potenti da essere pericolose. Lo dicevano per vendere, per impressionare, per chiedere soldi e regole su misura. Adesso il governo ha annuito e si è preso l’interruttore. Chi semina paura, raccoglie controllo. È sempre stato così, anche prima dei computer.
E noi? Noi europei, intendo, perché sull'Italia, se la penso da sola, preferisco glissare. Noi che abbiamo riempito biblioteche di documenti sull’etica dell’intelligenza artificiale, sulla “sovranità digitale”, sulle linee guida, sui regolamenti con il bollino, su codici etici e deontologici che se non sono nati vecchi ci manca poco – visto che non colgono né la dimensione né la qualità del problema (e dell’opportunità) – e che sembrano più un contentino per i luddisti di maniera, per le corporazioni e i sindacati. Succede da noi, tutti i giorni, succedeva già prima dei social, prima di internet, prima del minitel, prima del fax, prima della televisione. Solo che succede sempre di più, mentre tutto il resto del mondo va veloce.
In Europa discutiamo da anni e nel frattempo non abbiamo costruito niente di nostro. Siamo come l’inquilino che ha firmato un bel contratto d’affitto ma non ha le chiavi di casa. Le chiavi le tiene un altro. E l’altro, una sera di giugno, può decidere di non aprire più.
La verità è semplice, e per questo sgradevole. Questa tecnologia che ci hanno raccontato come universale, neutra, di tutti, è americana. Vive su computer americani, in capannoni americani, dentro regole americane. E alla fine obbedisce a chi a Washington tiene il dito sull’interruttore. Lo strumento usato finora contro Cina e Russia – il controllo delle esportazioni – adesso sappiamo che può essere puntato contro chiunque. Anche contro gli amici. Anche contro di noi. Bastano poche righe e un venerdì sera.
Non voglio fare l’allarmista. È un mestiere che lascio volentieri a chi ci campa, e del resto era tutto scritto da tempo: bastava sostituire alla variabile Y (non X, che qui suona male) la tecnologia di turno. Però faccio una domanda che, mi pare, nessuno ha voglia di farsi. Se domani decidessero che una redazione italiana, un’università, un ospedale non possono più usare questi strumenti perché lo dice la “sicurezza nazionale” di un altro Paese, noi che cosa facciamo? Dov’è il piano B? Dove sono le macchine europee? Dove sono i soldi pubblici che dovevano costruirle, mentre li abbiamo spesi in convegni? Altro che chiusura di Hormuz.
Mi viene in mente una cosa vecchia. Da bambino mi avevano insegnato che la cosa più importante, quando entri in una stanza, è sapere dov’è la porta. Per uscire, se serve. Ecco: in questa stanza piena di luci e schermi in cui ci hanno fatto accomodare, la porta esiste. Solo che la maniglia è dall’altra parte. E la mano che la tiene non è la nostra.