Mentre l'Italia continua a fare i conti con gli effetti tangibili della crisi climatica — un'estate segnata da ondate di calore asfissianti, siccità prolungate e una preoccupante erosione della biodiversità — la gestione del calendario venatorio sembra ignorare gli ecosistemi. In un momento in cui la natura appare fragile, la decisione di anticipare la stagione di caccia solleva interrogativi etici. Se la fauna selvatica è, per dettato costituzionale, un "bene comune" e un patrimonio collettivo da proteggere, come si giustifica la scelta di esporla a un ulteriore stress antropico proprio nel momento di massima vulnerabilità?
Uno degli aspetti della gestione attuale è il progressivo allontanamento dalle indicazioni tecnico-scientifiche fornite dall'Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale. Sebbene l'ISPRA sia l'organo tecnico di riferimento, il suo ruolo è stato indebolito dalla ricostituzione del Comitato Tecnico Faunistico Venatorio Nazionale. Quest'ultimo è un organismo caratterizzato da una rappresentanza in cui il mondo venatorio risulta predominante.
Recenti orientamenti del Consiglio di Stato hanno ulteriormente aggravato la situazione, ampliando la discrezionalità delle Regioni nel discostarsi dai pareri scientifici dell'ISPRA a favore di quelli più orientati, del CTFVN.
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Il declino del primato scientifico trova la sua sintesi nelle parole di Dante Caserta, Direttore degli Affari Legali e Istituzionali del WWF Italia: “Oggi, ormai, le valutazioni dell'ISPRA vengono trattate come una semplice opinione, mentre la politica tende a privilegiare interessi particolari e logiche di consenso. Il risultato è un indebolimento delle garanzie per la biodiversità proprio nel momento in cui gli effetti della crisi climatica stanno modificando habitat, disponibilità alimentare e dinamiche migratorie di molte specie”.
Nonostante gli appelli delle associazioni ambientaliste per posticipare l'apertura a causa della sofferenza degli habitat, ben 16 regioni (Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Emilia-Romagna, Friuli-Venezia Giulia, Lombardia, Marche, Molise, Piemonte, Puglia, Sardegna, Sicilia, Toscana, Trentino, Veneto) hanno autorizzato le preaperture nei primi giorni di settembre.
Si autorizza il prelievo di specie già stremate da mesi di siccità. Particolare il caso della quaglia, specie migratrice in declino a causa del bracconaggio e del degrado ambientale. L'inclusione della quaglia nei calendari venatori di inizio settembre avviene in esplicito contrasto con le indicazioni della Commissione Europea, ignorando la necessità di salvaguardia di una specie già in stato di difficoltà.
In Toscana, le delibere regionali riguardanti il prelievo di cervi e daini nei comprensori A.C.A.T.E.R. rappresentano un caso di gestione faunistica. La critica sollevata dai legali delle associazioni ambientaliste nel ricorso al TAR evidenzia una potenziale illegittimità giuridica: l'autorizzazione all'abbattimento è estesa a tutte le classi di sesso ed età.
Questo significa permettere l'uccisione delle femmine durante la fase di dipendenza dei cuccioli. La morte della madre condanna inevitabilmente i piccoli a una lenta e atroce fine per inedia, configurando una condizione degna del celebre film animato di Disney. Sebbene la legge imponga l'adozione di metodi non letali come priorità (dissuasori, recinzioni) e consideri l'abbattimento solo come extrema ratio, la Regione Toscana sta dimostrando che l'uccisione è diventata la prima opzione, ribaltando il principio.
La narrazione emergenziale utilizzata per giustificare gli abbattimenti si scontra con la realtà dei dati economici presentati nel ricorso al TAR Toscana. La sproporzione tra la percezione del danno e la realtà dei fatti è netta:
- Percezione pubblica: Un'emergenza grave che mette in ginocchio l'agricoltura.
- Dati reali (Toscana): Circa 70.000 euro di danni complessivi dichiarati.
- Distribuzione del danno: Una cifra da ripartire su oltre 50.000 aziende agricole.
Si tratta di danni "risibili" per singola azienda, ampiamente compensabili attraverso i sussidi agricoli ordinari. È evidente che la scelta della Regione non risponda a una necessità economica, ma serva a gestire il consenso dei circa 60.000 cacciatori toscani, trasformando l'attività venatoria in uno strumento di gestione del territorio del tutto ingiustificato sotto il profilo dei danni alle colture.
Dall'ottobre 2022 a oggi, la normativa sulla tutela della fauna ha subito un'erosione profonda e mirata: 23 parti della legge sono state modificate attraverso 8 diversi interventi legislativi. Questo disegno preciso mira a rendere sempre più arduo il ricorso alla tutela giurisdizionale per cittadini e associazioni.
Al centro di questo stravolgimento normativo si trova il cosiddetto "DDL Caccia Sparatutto", attualmente in discussione alla Camera dopo aver già ricevuto il via libera dal Senato. Si tratta di una riforma che minaccia di smantellare le ultime tutele residue per la fauna selvatica, nonostante le pesanti censure della Commissione Europea. A fronte di questo blitz, la risposta ambientalista: la petizione "Stop Caccia Selvaggia" ha raccolto oltre 450.000 firme.