Firenze e la Toscana al fianco del popolo iraniano

Giani: “Campagna internazionale per fermare le uccisioni”

Redazione Nove da Firenze
Redazione Nove da Firenze
10 dicembre 2022 22:31
Firenze e la Toscana al fianco del popolo iraniano

Nella giornata mondiale dei diritti umani la Toscana scende in piazza per i suoi nuovi martiri, i giovani iraniani. E chiama a raccolta le sue energie per i volti che stanno sul manifesto che Eugenio Giani ha srotolato sulla facciata di palazzo Strozzi Sacrati. Lì ci sono ragazzini appena adolescenti, in qualche caso bambini, già morti o condannati per mano della Repubblica Islamica, impegnata a macellare i suoi figli perché chiedono ‘libertà’. L’appuntamento è stato organizzato nella giornata di oggi, 10 dicembre, Giornata internazionale dei Diritti Umani, dalla Regione Toscana, nell’ambito del progetto la Toscana delle Donne, insieme al movimento Donna Vita Libertà di Firenze,e ha visto una mobilitazione in piazza Duomo.

Nella giornata mondiale dei diritti umani, ‘La Toscana delle donne’, la manifestazione condotta da Cristina Manetti, onora così l’impegno preso davanti alle donne iraniane del Movimento donne vita e libertà: “Saremo in piazza accanto a voi”.

La manifestazione è di forte impatto. Decine di giovani iraniani si presentano con felpa bianca a scritta in arabo e italiano: sono legati tra loro con una corda, alcuni hanno un cappio al collo, altri le mani legate, altri ancora una benda sugli occhi, a simboleggiare tortura, condanna e prigionia del regime. Occupano l’intero scalone del palazzo, mentre al piano terra suona il quartetto Gynaikos della Scuola di musica di Fiesole che esegue musiche di J. Haydin. Alle spalle delle giovani musiciste il silenzio e i singhiozzi di chi sfila mostrando al mondo i volti di vittime. Ragazzi, bambini, donne e uomini.

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Giani dichiara “Solidarietà a coloro che stanno soffrendo in Iran per una tirannia che il mondo non può più accettare. Dallo sgomento bisogna passare a dare voce alla lotta, alla libertà e ai diritti, dobbiamo stringerci tutti insieme a queste donne iraniane” dice il presidente. “I morti sono centinaia, non possiamo vedere un paese che porta alla morte i suoi figli minori. Serve una campagna a livello internazionale che blocchi quello che sta accadendo” aggiunge Giani.

Nessuno fa caso alla pioggia, né cittadini, né giornalisti, né i politici che pure intervengono davanti al palazzo. Ci sono tanti iraniani che vivono in Italia, molti di seconda o terza generazione, che piangono mentre invocano ‘libertà’.

Le giovani donne iraniane prendono voce accanto a Giani, davanti alla platea che inneggia slogan in iraniano e in italiano: “No alla dittatura”. “Grazie alla Regione Toscana per aver fatto un atto concreto per dimostrare che sono dalla nostra parte” dicono le esponenti del movimento. Alle loro spalle il manifesto enorme dove campeggiano le facce e i numeri del regime. Giani si rivolge ad Alessandra Nardini: la manifestazione, concorda con l’assessora ai diritti umani, si deve fare anche nelle città della Toscana.

Anche le assessore al Welfare e Immigrazione Sara Funaro e alle Confessioni religiose e Cultura della memoria e legalità Maria Federica Giuliani sono scese in piazza a sostegno delle donne iraniane. 

“Un’altra occasione per dimostrare che siamo a fianco della lotta delle donne iraniane e tenere accesi i riflettori sulla terribile situazione che stanno vivendo. - sottolineano Funaro e Giuliani – La loro battaglia per i diritti deve essere la battaglia di tutti noi. Ringraziamo la Regione Toscana per aver organizzato questa iniziativa nella Giornata internazionale dei Diritti Umani”.

I numeri sono importanti. Hanno il loro peso: in tre mesi - dal 13 settembre, da quando sono scoppiate le proteste contro la teocrazia che guida dal 1979 il paese - in Iran sono stati uccisi almeno cinquecento manifestanti. 63 erano minorenni. In ventimila sono stati rinchiusi in carcere ed almeno ventotto persone sono state condannate a morte, solo per aver partecipato a quelle manifestazioni. Undicimila sono stati nei decenni i prigionieri politici annientati.

Di fronte a questi numeri non si può rimanere silenti. La Toscana e gli iraniani in Italia gridano insieme la loro rabbia e il loro sgomento. Ma più che un numero, che a volte rischia di restare anonimo, valgono i volti, i nomi e le storie che vi stanno dietro. Morti e condanne inconcepibili in un mondo ‘normale’, dove il valore dei diritti umani dovrebbe venire prima di ogni altra cosa. Storie assurde.

Come quella di Asra Panahi, sedici anni, uccisa per essersi rifiutata di cantare la canzone dedicata al guida suprema. Come Kian Pirfala. un bambino di dieci anni, piccolo inventore che sognava di diventare da grande uno scienziato, ucciso da un proiettile mentre era in auto con i genitori. Come Mona Naghib, sette anni, che era in strada con la sorella quando si è accasciata: mano nella mano, mentre tornavano da scuola. Come Meheran, ventiseienne, felice perché si stava per sposare e quella maledetta sera era in piazza a festeggiare la sconfitta della nazionale degli ayatollah ai mondiali di calcio del Qatar: ha semplicemente suonato il clacson della sua auto e gli hanno sparato.

Storie come quella di Mohsen, primo manifestante condannato a morte e giustiziato, l’8 dicembre scorso: colpevole di aver bloccato con la sua auto una via ed aver graffiato un poliziotto che lo voleva far arrestare. Era in piazza per protestare contro la morte di Mahsa Amini, la ragazza ‘colpevole’ di aver mal indossato il burqa, la scintilla che a settembre ha svegliato un intero popolo e ha dato inizio ad una rivoluzione. Mohsen è stato accusato di ‘guerra contro dio” e giustiziato.

Oppure storie come quella di Hamid e Farzaneh Qare Hasanlu, coppia di medici da tutti ritenuti benefattori. Hanno partecipato alla commemorazione di Hadis Najafi, l’altra ragazza uccisa in questa rivoluzione. Lui è stato condannato a morte, lei a venticinque anni di carcere. E il figlio di dieci è rimasto solo.

Le loro storie riecheggiano in piazza del Duomo a Firenze attraverso la testimonianza viva ed accorata di due donne del movimento “Donne, vita, Libertà”, una rete di immigrati di prima e seconda generazione. Si commemora la giornata internazionale per i diritti umani. Piove, ma nonostante il maltempo almeno un centinaio sono in piazza per l’iniziativa voluta dalla Regione Toscana.

“Via i tiranni dall’Iran” si legge sui cartelli appesi al collo di alcuni manifestanti. “Diritti umani uguali per tutti”. E poi sei, dodici, quindici ed ancor più foto, con un nome e un’età, per dare una volto a condannati e morti, giovani e spesso anche bambini. Una rappresentazione plastica delle promesse tradite di un regime che 43 anni fa si era impegnato, raccontano gli iraniani della Toscana, a portare sulle tavole delle famiglie i soldi ricavati dalla vendita del petrolio, con acqua, gas e luce e gratis per tutti. Ma niente di tutto questo è stato, continuano: “l’economia è allo sfascio e l’ambiente distrutto”.

Piove in piazza del Duomo a Firenze e la comunità iraniana piange. Molti singhiozzano, ma incitano anche alla lotta. “Libertà, libertà, libertà”. “Combattiamo, moriamo, ripartiamo”. Un invito netto a prendere posizione: dalla parte di un popolo che lotta o dalla parte di un governo criminale. E la Toscana, che per prima nel mondo ha abolito nel Settecento la pena di morte, non può rimanere silente. “La protesta – racconta Sanaz Parto, una delle militanti di “Donne, Vita e Libertà” - è nata a settembre dalle donne, ma ha poi coinvolto tutto il popolo”. L’Occidente magari credeva che sarebbe finita dopo qualche giorno: come le rivolte studentesche del 1999, come l’onda verde del 2009, come le proteste per il carovita del 2019. E invece no.

“A noi – racconta Sanaz – era chiaro: sapevamo che era l’esplosione di una rabbia cresciuta e covata negli anni. All’inizio è stata descritta come la protesta di donne contro uomini. Ma non era così. Sono partite le donne, ma da subito gli uomini sono stati accanto a loro. Il 90 per cento dei morti sono uomini, i condannati a morte lo stesso. Questo è un regime che opprime tutti e tutti insieme stanno combattendo”.

Ma è importante dar loro voce. “Dopo settembre – confessa Sanaz - comunicare con chi è rimasto in Iran è diventato più difficile: il regime ha spento internet. Accedere al web si è fatto complicato e siccome la libertà di stampa non esiste e solo attraverso la rete che ragazze e ragazzi che protestano riescono a raccontare cosa sta succedendo. Qualcuno però ancora ci riesce”. Storie e volti che la Toscana ha voluto oggi illuminare. 

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