Stefano Accorsi è Furioso Orlando a Firenze

Il paladino Orlando che insegue la bella Angelica e la guerriera cristiana Bradamante innamorata di Ruggiero, cavaliere saraceno destinato alla conversione

Redazione Nove da Firenze
Redazione Nove da Firenze
16 novembre 2012 14:11
Stefano Accorsi è Furioso Orlando a Firenze

Attore, regista e drammaturgo, Marco Baliani ha “ridotto e rimaneggiato” i 38.746 versi dell’articolata vicenda dell’Orlando Furioso, concentrandosi sulle due storie d’amore principali: il paladino Orlando che insegue la bella Angelica e la guerriera cristiana Bradamante innamorata di Ruggiero, cavaliere saraceno destinato alla conversione. Narratore e contemporaneamente interprete di tutti i personaggi coinvolti, il bravo e talentuoso Stefano Accorsi, in scena dall’inizio alla fine con Nina Savary, cantante e musicista, figlia del regista francese Jérôme.

L’attore bolognese percorre, con abilità da funambolo, un monologo che è anche melologo, racconto, digressione e duetto. Stefano Accorsi diventa per il Furioso Orlando di Baliani “molti volti e cuori e multiformi voci e diversificati corpi” restituendo il gioco ariostesco attraverso cambi di registro interpretativo o vocale o ritmico per accordarsi ai salti improvvisi di narrato, alle sospensioni. “Al contempo – sottolinea Marco Baliani - mentre è facitore di tante storie e volti, deve sempre sentir montare in sé la frenesia fantasmagorica di Orlando, come un vino che fermenta in non sicura botte.

A contrastarlo nel dire e a contrastarlo nell’essere uomo spasimante in perpetua corsa c’è la presenza di Nina Savary, che lo interpella, gli pone questioni, ne commenta le parole, a volte musicando un tema, a volte cantando, o suonando le sonorità sparse che occupano la scena di Bruno Buonincontri con un artigianato sonoro da rumorista radiofonico di un tempo, macchinerie che fanno mare e vento e tempesta e fiato di dragoni volanti, dello stesso color ocra e ruggine dei tendaggi, trapuntati di cuciture di diverse stoffe, che avvolgono tutt’intorno la scena.

A ricucire poi di una leggera malia il tutto ci sono le luci di Luca Barbati, che toccano i personaggi e le storie come farebbe una bacchetta magica spostandone le avventure, nei pochi metri reali dello spazio, in luoghi mitici, lontani, oppure ancora citando e facendo il verso a frammenti di cinema, di fumetti, di cultura pop.” “Sono passati quattro anni dalla mia prima lettura dell’Orlando Furioso fatta al Louvre di Parigi – ricorda Stefano Accorsi alla vigilia della nuova tournée teatrale - Oggi questo lavoro incredibile è uno spettacolo che concentra in un’ora e venticinque minuti rocambolesche emozioni, ansie poetiche e colpi di scena.

Mi piace recitare in teatro. In teatro c’è, di diverso dal cinema, l’adrenalina, il contatto con il pubblico con cui si viene a creare un vero e proprio dialogo che rende l’evento unico ogni sera.” Orario spettacoli: dal martedì al sabato: ore 20.45, domenica: ore 15.45. Prezzi biglietti interi: Platea: € 27 + € 3 (diritto di prevendita) € 30, Posto Palco: € 20+ € 2 (diritto di prevendita) € 22, Galleria: € 13,00 + € 2 (diritto di prevendita) € 15 Da martedì 20 a domenica 25 novembre 2012 Nuovo Teatro/Teatro Stabile dell’Umbria Stefano Accorsi FURIOSO ORLANDO Ballata in ariostesche rime per un cavalier narrante adattamento teatrale di Marco Baliani liberamente ispirato all’Orlando Furioso di Ludovico Ariosto con Nina Savary scene Bruno Buonincontri costumi Alessandro Lai disegno luci Luca Barbati regia Marco Baliani Il campo di battaglia è allestito, eserciti di fedi diverse sono pronti ad affrontarsi, ma appena il canto parte, tutto si dissolve. Basta che Angelica fugga a cavallo ed ecco che la Storia grande si sfalda e lascia il passo ad un infinito inseguimento di piccole ma dense vicende, l’un dentro l’altra avviluppate Dal rocambolesco proliferare di avventure e personaggi che anima la gran giostra dell’Orlando Furioso di Ludovico Ariosto, ho scelto di seguire una sola traccia, quella che permette all’intero poema , fin dall’inizio appunto, di dispiegarsi e vivere, le orme che Angelica lascia sul terreno, quella è la traccia da seguire. E’ come se da subito ci fosse un suono che accompagna tutte le storie, un galoppare di cavalli in corsa, in lotta, in inseguimento, in volo . Tra i tanti spasimanti inseguitori, ce nè uno, Orlando, che va precipitando di canto in canto dentro una modernissima patologia, di cui Ariosto è ironicamente consapevole, la fantasmagoria dell’amore non ricambiato. Il titolo stesso dello spettacolo rovescia l’originale dell’Ariosto, e mette al primo posto la furia dell’amore non corrisposto. Orlando crede che per il solo fatto che è lui ad amare Angelica, lei debba essere sua, da sempre e per sempre, e non sopporterà che possa essere di un altro, specie poi quando scoprirà che l’altro non è nemmeno un prode cavaliere del suo rango ma un semplice soldato di fanteria. Allora scatta la furia e la pazzia, la stessa che riempie le nostre quotidiane cronache, con donne che finiscono la loro vita per mano di uomini che dicono di amarle perdutamente. Ma qui gli inseguimenti e la gelosia e poi ancora la pazzia e la furia vengono risolti con la leggerezza della rima, del gioco sonoro di citazioni e assonanze, con la soavità del volo, perchè le storie servono sì a parlare del mondo ma anche a renderlo meno terribile. Ecco dunque che i duellanti del nostro spettacolo non saranno i tanti paladini e cavalieri sempre attratti da sfide e tenzoni e furti di cavalli e di armerie altrui, ma saranno loro due, Angelica e Orlando, oppure, a volte, con un’altra declinazione dello stesso tema, Ruggiero e Bradamante, uomo e donna insomma, loro si sfidano a singolar tenzone per mostrare i conflitti, le gioie, i dolori, i patimenti che colpiscono come colpi di spada e di lancia, i cuori di chi ama, di chi crede di amare o di essere amato. Nella nostra giostra anche le ottave dell’Ariosto sono state girovoltate, e altre ne sono nate, cercando di rendere più orale possibile l’impianto letterario, senza perderne la costruzione. Monologando, narrando, melologando, digressionando, le rime ottave del grande poeta risuonano in sempre nuove sorprese, in voci all’ascolto inaspettate, in suoni all’orecchio stupiti. Stefano Accorsi è al contempo molti volti e cuori e multiformi voci e diversificati corpi, ed è il cambio di registro interpretativo o vocale o ritmico a restituire il gioco ariostesco, i cambi improvvisi di narrato, le sospensioni, gli appuntamenti posticipati a riprendere il filo e il fiato, i flash back, i corto circuiti. E al contempo, mentre è facitore di tante storie e volti, deve sempre sentir montare in sè la frenesia fantasmagorica di Orlando, come un vino che fermenta in non sicura botte. A contrastarlo nel dire e a contrastarlo nell’essere uomo spasimante in perpetua corsa c’è la presenza di Nina Savary, che lo interpella, gli pone questioni, ne commenta le parole, a volte musicando un tema, a volte cantando, o suonando le sonorità sparse che occupano la scena di Bruno Buonincontri con un artigianato sonoro da rumorista radiofonico di un tempo, macchinerie che fanno mare e vento e tempesta e fiato di dragoni volanti, dello stesso color ocra e ruggine dei tendaggi, trapuntati di cuciture di diverse stoffe, che avvolgono tutt’intorno la scena. A ricucire poi di una leggera malia il tutto ci sono le luci di Luca Barbati, che toccano i personaggi e le storie come farebbe una bacchetta magica spostandone le avventure, nei pochi metri reali dello spazio, in luoghi mitici, lontani, oppure ancora citando e facendo il verso a frammenti di cinema, di fumetti, di cultura pop. Ogni tanto qua e là scappa una digressione, come succedeva anche all’Ariosto, e per un momento pare che non si stia parlando di guerre da noi troppo lontane, e che forse le anime palpitanti in questa giostra le conosciamo fin troppo bene. Marco Baliani http://www.marcobaliani.it/ Come è avvenuta la scelta di riadattare per la scena teatrale un’opera letteraria monumentale come l’Orlando Furioso? Prima di tutto bisogna amarlo, il poema.

E’ necessario leggerlo e studiarlo per poi riuscire, in parte, a riscriverlo. Già nel testo dell’Ariosto ci sono tante parole, completamente inventate, per permettere di costruire l’endecasillabo ed assecondare la rima e il ritmo. Per la messinscena, insieme a Stefano Accorsi, abbiamo scelto di lavorare sull’idea della ‘furia’, legata alla malattia dell’amore, e questa idea è il centro di tutto. Ecco perché ci è sembrato bello spostare l’aggettivo nel titolo dello spettacolo rispetto al poema, proprio per rendere preminente il tema della furia.

Ho cominciato a selezionare tutti i vari frammenti delle storie all’interno dell’opera – un lavoro enorme – e partendo dal singolo episodio è avvenuta la riscrittura. Ho inventato delle rime nuove e non ho rispettato sempre l’endecasillabo, la sestina oppure l’ottava dell’Ariosto. Mi sono concentrato sul lavoro degli attori, sui corpi in scena, e in particolare sul personaggio femminile che è molto diverso dal testo originale: nell’Orlando Furioso non ci sono donne che raccontano, mentre nello spettacolo le parole della donna sono in contrasto con l’uomo e generano lo scontro tra maschile e femminile. Che idea dell’amore propone questo spettacolo? Orlando è una figura psicologicamente moderna, un personaggio che subisce un’evoluzione: è un uomo che ama molto una donna e pensa che per forza lei debba corrisponderlo, se ciò non accade scatta la gelosia e diventa un maschio addirittura violento.

Mi pare che circostanze del genere accadano tutti i giorni nel nostro Paese, ed è anche per questo che abbiamo messo in evidenza certi argomenti. L’altro personaggio maschile dello spettacolo è Ruggiero, un fanfarone dongiovanni, anche abbastanza fallimentare, nel senso che vorrebbe possedere ogni donna ma alla fine non gliene va mai bene una. Solo Bradamante lo ama invece seriamente e focosamente, piena di desiderio, ma ogni volta che Ruggiero trova una situazione nuova con un’altra donna ci prova lo stesso.

Questo è un atteggiamento estremamente maschile, fa parte di quello che i maschi pensano di loro stessi, di come credono che gli uomini si debbano comportare con il sesso femminile. Angelica, protagonista femminile, è un’eroina moderna? Non so se Angelica sia una donna moderna, certamente è altera, snob e altezzosa. E’ bellissima e tutti la desiderano, quindi il suo problema per tutta la durata del poema è di evitare che la stuprino e per fortuna nessuno ci riesce. Fin dall’inizio Angelica non ama gli uomini, anzi sembra in grado di poter vivere tranquillamente senza la compagnia e il sostegno dell’elemento maschile, però nel momento in cui incontra Medoro – un semplice soldato di fanteria e non un cavaliere, addirittura saraceno e non cristiano – se ne innamora perdutamente.

Angelica scopre che l’amore è una cosa potentissima ed è proprio questo che farà infuriare Orlando e lo porterà alla pazzia della gelosia. Dal punto di vista della regia come ha tradotto il poema cavalleresco? Il lavoro attoriale e i movimenti della scena sono fondamentali, anche se essenzialmente gli attori ‘dicono’ lo spettacolo: è giusto che sia così perché Ariosto era un cantastorie che ‘cantava’ l’Orlando Furioso. Ad accompagnare il racconto tanti sono gli elementi scenici messi in moto dagli attori: macchine del suono, del vento, della tempesta… Tutto contribuisce a stimolare l’immaginazione dello spettatore che deve avere la percezione di trovarsi davanti ad una narrazione infinita. Che cosa sente di avere imparato dopo questo enorme lavoro di messinscena? Io sapevo già scrivere in rima, però con Furioso Orlando l’impresa è stata notevole: sono stato obbligato a rispettare l’utilizzo della rima per tutta la durata dello spettacolo.

Ne sono uscito arricchito, anche lessicalmente, proprio per la ricerca dei sinonimi e dei contrari, nell’individuazione della giusta derivazione delle parole. Il pubblico a fine spettacolo esce dal teatro con il desiderio di rileggersi l’Orlando Furioso e io ne sono felice. Scopriamo di avere un patrimonio letterario italiano gigantesco, di essere stati dei grandi italiani e magari questo ci porta a chiederci come mai adesso viviamo una situazione sociale così devastante.

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