Bekaert: se a Figline Valdarno si pagano i dazi di Trump

di Marco Bazzichi
Agenzia Askanews


Globalizzazione, dazi di Trump e jobs act: tre mazzate si sono abbattute tutte insieme sulle circa 400 famiglie (tra operai e indotto) della ex Pirelli di Figline Valdarno. Una modalità sempre più cinica e abominevole ha portato alle fredde lettere di licenziamento collettivo. Bene, benissimo la risposta della politica e dei sindacati, con una massiccia presenza in piazza. Ma è una risposta, appunto, una reazione sempre tardiva a qualcosa che arriva prima. E prima di una risposta c’è sempre una serie di domande, di richieste per profitti sempre più lontani da una qualunque idea di giustizia sociale.

Appena il giorno precedente alle lettere con cui la multinazionale Bekaert annunciava la chiusura dello stabilimento di Figline, c’era una cittadina brasiliana, Itaùna, nella regione di Minas Gerais, dove la medesima Bekaert riportava speranza e fiducia. Le stesse menti che avevano calcolato, chissà da quanto tempo (non è troppo malizioso immaginare almeno da due anni) la chiusura a Figline, incontravano le autorità locali per comunicare loro un investimento pari a circa 25 milioni di euro e incrementare la propria presenza di 200 posti. E’ la globalizzazione, si sa. Romania, Repubblica Ceca, Brasile. In quei Paesi dove già Pirelli aveva ‘multinazionalizzato’, subentra via, via Bekaert, chiudendo od aprendo a proprio piacimento. E se è evidente che il costo del lavoro in quei Paesi è inferiore all’Italia (ma chissà ancora per quanto, di questo passo) negli Stati Uniti, Bekaert gioca un’altra battaglia, all’interno di questa guerra. E’ quella generata dai dazi di Donald Trump, su alcune materie prime, in particolare, tra quelle più “care” (è il caso di dirlo) per la Bekaert: alluminio e acciaio.

Nonostante la flat tax (7% per tutti i redditi sopra i 25 mila euro, 6% tra i 10 e i 25 mila), l’Arkansas e gli Stati Uniti sono al braccio di ferro con la multinazionale belga e altri due giganti del settore: Kiswire e Tokusen. Tutte e tre hanno chiesto ufficialmente a Trump e al Congresso di rivedere i dazi su acciaio e alluminio. E ci vanno giù pesantemente, accusando Trump di favorire la concorrenza degli altri Paesi: “se non rivede i dazi, -dicono- lasceremo gli Usa”.

Insomma, pare proprio che a Itaùna gli operai festeggino, senza ovviamente immaginarlo, sulla pelle dei loro colleghi di Figline, e che, in attesa di porre fine al contenzioso con Trump, chiudere lo stabilimento in Italia metta una pezza all’aumento delle materie prime.

Come si affronta tutto questo? La situazione politica e sindacale italiana, è disperante. Siamo sospesi tra una destra ultraliberista che si è ricordata, con Salvini, delle fabbriche in questi anni per andare a prendere consenso a spese del Pd, ma che non ha assolutamente nulla sul piano ideale né concreto da offrire ai lavoratori; un Pd che passa il tempo a studiare la lezione di conquista del consenso proprio da Salvini, ma che farebbe prima a sciogliersi e a rifarsi una verginità, se ci riesce, perché tutti i lavoratori di Figline sanno che è a causa del jobs act se si ritrovano senza cassa integrazione; e una sinistra sbriciolata, che se ne sta alla finestra (più simile a un oblò in immersione) e che non fa niente per raccontare una storia diversa.

E mentre non si ricorda più l’ultima volta che un sindacato ha anticipato sul tempo la proprietà (domandando per prima, non rispondendo per ultima) a Figline Valdarno si pagano i dazi di Trump.

Redazione Nove da Firenze